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Casi raddoppiati in 20 anni: oggi ne soffre un giovane su quattro

I nuovi «pericoli»: kiwi e semi di sesamo. Reazioni letali solo nel 2% dei colpiti

 
 
Raddoppiate, nel giro di vent’anni. Così le allergie colpiscono, oggi, un giovane su quattro. Parliamo di tutte le allergie: da pollini, da cibi, da polveri e da mille altre sostanze. Non ci sono ricerche su ampia scala per quelle alimentari in particolare, ma secondo i dati di una ricerca francese potrebbero interessare circa il 3 per cento della popolazione adulta e addirittura l’8 per cento dei bambini. Fino a una decina di anni fa si pensava che le allergie potessero essere prevenute e si suggeriva l’allattamento materno come strumento principe di prevenzione. Oggi sappiamo che l’allattamento materno, a patto che venga continuato per sei mesi, protegge il bambino da un solo tipo di allergia: quella al latte di mucca. E non stupisce: più tardi si introducono nell’alimentazione le proteine del latte vaccino, meno probabilità si avranno che queste ultime vadano a stimolare il sistema immunitario.
Chi è dunque predisposto alle allergie alimentari (di solito la predisposizione, che ha una base ereditaria, viene trasmessa dalla madre), prima o poi le svilupperà. Verso quale alimento? Dipende da quelli con cui via via entrerà in contatto. Gli anglosassoni soffrono di allergia alle arachidi che consumano più di noi, anche sotto forma di burro o di creme. Prima che in Occidente si cominciasse a mangiare il kiwi, nessuno soffriva di questa allergia, ora è piuttosto diffusa anche in Italia. Attualmente è in crescita l’allergia ai semi di sesamo, cui ci ha abituato la cucina etnica.
Non c’è comunque associazione fra cibo e sintomo. Tutti gli allergeni possono provocare sintomi di natura diversa fino ai più gravi come lo choc anafilattico, che si manifesta con difficoltà respiratorie, caduta della pressione arteriosa, perdita di conoscenza e, nei casi più gravi, la morte.
Su cento casi di allergia ai cibi mediata dalle IgE (gli anticorpi prodotti dall’organismo contro la proteina allergizzante contenuta nell’alimento stesso), il due per cento si presenta con i sintomi più gravi, cioè quelli dello choc anafilattico.
E in futuro il pericolo allergie potrebbe arrivare anche da altri fronti. Da quello degli Ogm, per esempio, gli organismi geneticamente modificati. Per ora non esistono prove che possano provocare allergie, ma il dubbio esiste. Un organismo geneticamente modificato è tale perché contiene un gene estraneo scelto appositamente per le sue caratteristiche: ad esempio un gene che produce una proteina insetticida che difende la pianta dai parassiti. Questa proteina, come tutte le proteine, può teoricamente indurre un’allergia nell’individuo che consuma Ogm.
Un’altra fonte «nascosta» di allergie potrebbero essere alcuni ingredienti di cibi prodotti industrialmente che non sono costituiti da un alimento intero, ma da sue componenti. Un esempio: i produttori di champagne utilizzano, per chiarificare il vino, lisozima di uovo, ma l’uovo è un alimento allergizzante. Un altro esempio: i fabbricanti di birra hanno provato a sfruttare le proprietà di una proteina chiamata Ltp per aumentare la formazione di schiuma nella bevanda, ma questa proteina è un allergene della pesca.
Situazioni non certo tranquillizzanti per chi soffre di allergia. Ma intanto c’è anche chi studia prodotti ipoallergenici: l’obiettivo è quello di «disattivare» gli allergeni, rendendoli innocui. All’Università di Milano si è scoperto che le nocciole tostate non sono più allergizzanti come non lo sono le pesche e le albicocche sottoposte a un particolare sistema di pelatura e di ultrafiltrazione. Ora stanno studiando un «nettare» di pomodoro, così si chiama in gergo tecnico, che non provoca allergia nelle persone predisposte.

 
A. Bz.


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Aggiornato al  10/09/2010

 

 

 

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